Una madre sospetta che la persona, restituitale dopo un rapimento, non sia veramente suo figlio. Quando la donna esprime alla polizia i suoi sospetti viene spedita in un centro di recupero. Inizia l'odissea di una reclusa e l'impossibile ricerca di una speranza sicura.
Eastwood in pratica toppa clamorosamente!
Eh si, quella catarsi che Clint ci aveva donato nello stupendo Million Dollar Baby non si ripete neanche per un minuto in questa sua nuova fatica. Colpa anche della Jolie che quando piange, ride è rabbiosa o disperata ha la stessa diafana faccia, scolpita dai labbroni alla nonna papera, culmine dell'immobilismo facciale in cui sta scivolando. E non bastano le lacrime per smuovere quel pezzo da museo: ci vuole passione, tensione e la capacità che ebbe la Swank di catturare il cuore e il sangue dello spettatore per far fremere una persona davanti ad una storia drammatica. Stavolta, al contrario, l'unico momento in cui Clint riesce a coinvolgerci è nella scena dell'esecuzione del Serial Killer (lui sì personaggio su cui fare un film!), dimostrandoci, in quella regressione alla paura fanciullesca, come la pena di morte non sia, anche in casi estremi, giusta per nessuno. In quella scena, il nostro cuore palpita, il nostro giudizio, ovviamente inamovibile su quel mostro, si scontra contro una sensazione di conservazione e di morale più ampia, non nelle traversie della donna, rinchiusa nel solito manicomio in cui è costretta ad angherie deja vù.

Tutto troppo patinato, troppo paradossalmente perfetto e pacato, da risultare noioso e solo un bambino sfortunato (il ragazzo che riesce a liberarsi dal killer, non l'antipaticissimo figlioletto della Jolie) e uno psicopatico, rimediano al clima da Bonomelli serale che non ha altre accelerazioni di ritmo.
Possibile far passare come ridondante e non appetibile una storia del genere?
Ahimé, grande Clint, Sì...
Voto 55/100
Eastwood in pratica toppa clamorosamente!
Eh si, quella catarsi che Clint ci aveva donato nello stupendo Million Dollar Baby non si ripete neanche per un minuto in questa sua nuova fatica. Colpa anche della Jolie che quando piange, ride è rabbiosa o disperata ha la stessa diafana faccia, scolpita dai labbroni alla nonna papera, culmine dell'immobilismo facciale in cui sta scivolando. E non bastano le lacrime per smuovere quel pezzo da museo: ci vuole passione, tensione e la capacità che ebbe la Swank di catturare il cuore e il sangue dello spettatore per far fremere una persona davanti ad una storia drammatica. Stavolta, al contrario, l'unico momento in cui Clint riesce a coinvolgerci è nella scena dell'esecuzione del Serial Killer (lui sì personaggio su cui fare un film!), dimostrandoci, in quella regressione alla paura fanciullesca, come la pena di morte non sia, anche in casi estremi, giusta per nessuno. In quella scena, il nostro cuore palpita, il nostro giudizio, ovviamente inamovibile su quel mostro, si scontra contro una sensazione di conservazione e di morale più ampia, non nelle traversie della donna, rinchiusa nel solito manicomio in cui è costretta ad angherie deja vù.

Tutto troppo patinato, troppo paradossalmente perfetto e pacato, da risultare noioso e solo un bambino sfortunato (il ragazzo che riesce a liberarsi dal killer, non l'antipaticissimo figlioletto della Jolie) e uno psicopatico, rimediano al clima da Bonomelli serale che non ha altre accelerazioni di ritmo.
Possibile far passare come ridondante e non appetibile una storia del genere?
Ahimé, grande Clint, Sì...
Voto 55/100
postato da: Magister_Ludi alle ore 22:39 | Permalink | commenti (1)
categoria:recensioni cinematografiche
categoria:recensioni cinematografiche




