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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. articoli riviste | Marco Bellentani
martedì, 23 settembre 2008

Altro articolo d'entrata, riguardante l'enogastronomia Aretina, i suoi spazi e i suoi luoghi. Questo articolo, scritto grazioe anche  alla ricerca universitaria di Sandra Nespoli, sarà uno dei punti d'inizio di una collaborazione con www.gustobus.it


RUBRICA: Le Mappe del Sapore


Sorseggiando un orzo con Angiolina, una simpatica signora dall’espressione dolce, ma segnata dal tempo e dalla fatica del lavoro nei campi, cominciai a fantasticare su come dovesse essere stata un tempo la vita nella Valtiberina.

Così Angiolina si rivolse a me e cominciò con queste parole “Quando me so sposata siamo venuti qua, a Palazzo del Pero, eravamo 15 persone, il mi suocero era il capofamiglia. Avevamo diverso terreno, i campi e ce se coltivava di tutto: verdure, fagioli, patate. Poi, ce s’aveva anche gli animali: conigli, polli, galline, un maiale e una decina de pecore. Queste pecore ce davano il latte e se faceva anche il formaggio, la ricotta, il raviggiolo, il fondaccino”.

Incuriosita da questo nome “fondaccino” domandai che tipo di formaggio fosse “Quando se fa il formaggio” continuò “ cavata anche la ricotta, resta il siero del latte, quello era il fondaccino e se doveva mangiare dopo poco tempo che sennò andava a male”.

 

Ed è proprio imbroccando la via che da Palazzo al Pero mena nel cuore della Val Tiberina che inizia il nostro viaggio, un po’ fuori Arezzo verso la dorsale appenninica umbro-toscana dove, nella prima metà del 1900, a regger le fila della vita era un’economia di autosussistenza a base di  verdure di stagione (cavolo, pomodori, rape…), legumi (fagioli, cicerchie, ceci…), grano e patate.

Il pane veniva fatto una volta alla settimana con la farina di grano, ma talvolta nei periodi di indigenza e di guerra si ricorreva allungare la farina con le patate oppure si faceva il pane nero, di segale, più economico. La pasta, consumata sia durante i giorni feriali che in quelli festivi veniva fatta con soltanto la farina di grano nei giorni feriali mentre alla sfoglia della domenica si aggiungevano le uova, come a voler rimarcare che nel giorno di festa ci si poteva concedere qualche lusso e sfizio in più.

Sfizi che quasi mai prevedevano la carne: “la domenica” – afferma vispa la vecchietta di Palazzo al Pero – “s’ammazzava un coniglio o un pollo dei nostri e se coceva al foco, ma solo di domenica eh!L’altri giorni n’se mangiava la carne, semmai qualche affettato, se d’inverno s’era ammazzato il maiale”.

 

Giù giù per la valle sulla via per S.Sepolcro, la presenza dell’umano si rarefà, lasciando il posto a verdissimi boschi, dai quali, di tanto in tanto si vedono spuntare mercatini per amanti della pesca e della caccia. Il traffico diminuisce, mentre ci si perde in quel rallentamento del tempo ormai dimenticato dalla moderna frenesia.

Prima di arrivare a S.Sepolcro, sulla SS78, convien svoltare a Citerna, antico borgo medievale, sconfinando già in umbria. La rocca, il torrione rotondo che dispiega una vista da urlo sono gli antipasti ideali per quello che è considerato uno dei borghetti medievali più belli d’Italia.

Dai bed&breakfast esala un profumo di torta alla frutta, mentre il sole sembra scrostare ancor di più gli antichi muri del borgo, tra ruote di cavallo, e discrete chiese ospitanti Della Robbia e Signorelli.

 

Ancor oggi, guardando i campi di girasole e le zolle nigre, rivoltate dai contadini, ci si immagina quell’economia parsimoniosa che generava piatti tutt’altro che semplici, frutti di saperi e tecniche culinarie tramandate da generazione in generazione.

Basti pensare a piatti come la pappa al pomodoro, il baccalà in umido, la minestra di pane, che richiedevano precise tecniche e processi di preparazione su materie prime veraci, schiette, strappate dall’orto o dalla stalla, come ancora accade sedendosi negli esercizi  più poveramente sinceri della Valle.

 

“Pappa al pomodoro”

 

Ricetta della nonna Leda:

 

“Se prende il pane raffermo e se mette in un pentolino fino a coprirlo co l’acqua e s’aggiungono i pomodori maturi tagliati a pezzi, senza i semi però, e du o tre speccie d’aglio bone e un po’ de basilico. Poi, se fa bollire tutto per un po’ de tempo, finchè n’se forma quel velino sopra e poi se deve girare e rigirare con un mestolo più volte. Quando sta’ pappa è diventata bella densa, se spenge e s’aggiunge a crudo un filo d’olio”.

 

 

Ciò che, come spesso accade, risultava povero e semplice per i nostri avi, per noi risulta gustoso ricordo d’essay, placido abbandono nella terra dei sogni. Di questi sogni la Valtiberina ammanta i suoi abitanti che si avventurano nel bosco possente per pescare alla confluenza tra Cerfone e Tevere. Di li a scovar qualche fungo, non è certo impossibile tra quel terreno soffice che, per le sue caratteristiche, riesce a differenziare colori, sapori e profumi rispetto a quelli del Casentino.

Una volta, i funghi venivano fatti seccare vicino al camino su di una balla e, poi, consumati nel periodo  invernale come contorno o utilizzati per fare il “sugo finto”, così chiamato, perché, come dice Alduina, altra barda della valle conosciuta vicino a S.Sepolcro, “I sughi allora n’se facevano col macinato come ora, se facevano coi funghi, con la carne poche volte, che crede?”. Sugo finto, senza carne che ancor oggi è orgoglio e fierezza di Anghiari, la piccola cittadina che nessuno può evitare di ammirare.

Quando si varca la porta di Anghiari si varca la soglia del tempo, si smette di camminare distrattamente per polverose vie piane, per imboccare ripidi selciati medioevali, disposti a crocicchi, in un arroccamento che favorisce il nascondimento, la difesa, piuttosto che la fuga e la libera circolazione dei mezzi di trasporto. Torrioni e campanili si frappongono a palazzi della nobiltà che fu, come in una scacchiera reale, improvvisamente crollata, a cubi e coni più o meno irregolari, sui quei borghi antichi dove ancora par sentir quell’odore rappreso della legna umida appena bruciata. Sulla piana sottostante, che si apre mirabilmente, dolce e soave, ai vostri occhi dalla miriade di punti panoramici di cui la città è fornita, nel 1440 si combatté la famosa battaglia di Anghiari che vide i Milanesi soccombere alle forze fiorentine come ancor ci canta Macchiavelle, ci occhieggia il Rubens dal Louvre o, più timidamente, ci testimonia il museo della battaglia presente in città. Per gli amanti (e non) dell’architettura la cinta muraria del XII secolo si presenta quasi intatta e abbraccia Anghiari con veemenza, concedendole respiro solo nelle tre porte: Sant’Angelo, Fiorentina e San Martino. Tutto ci pervade in un silenzio irreale e riposante, discreto cicerone della riscoperta della valenza artigianale del borgo, colma di tradizione sia nel settore del legno, sia in quello dei filati, senza dimenticare quel sapor di medioevo che si discioglie anche nella produzione di armi antiche, di vimini  e vasi. Insomma, dopo essersi persi nelle meraviglie storico-culturali di Anghiari, non vi sarà difficile perdervi in acquisti pregevoli e, naturalmente, nel gusto gastronomico che offre questa che è la vera e propria perla della valle. Funghi, Abbucciato aretino (un pecorino ancora macchiato dal profumo del pascolo) e Bringoli (sorta di spaghetti torchiati a mano) la fanno da padrone e sono i protagonisti culinari di una nota manifestazione a cui nessuno, almeno una volta nella vita, può rinunciare: La tovaglia a quadri.

 

 

Fatte seccare nei setacci venivano consumate durante i periodi freddi oppure venivano arrostite alla brace nelle padelle forate o lessate nelle pentole con il finocchio. Altrimenti potevano essere utilizzate per ricavarne la farina che veniva impiegata per fare la polenta, meno frequente e meno gradita, stando ai ricordi degli abitanti, rispetto alla polenta di farina di granturco. Oppure la stessa farina era utilizzata per confezionare dolci quali il “baldino” o “castagnaccio”, dolce tipico toscano, fatto con farina di castagne ed acqua con l’aggiunta di pinoli, uva passa e rosmarino, anche se la ricetta presenta variazioni a seconda dei gusti personali!

 

Il fiume Cerfone era ricco di pesci come ghiozzi, lasche, anguille e trote. Come racconta Angiolina”Il mi’ marito d’estate andava al fiume con la forchetta a pescare i ghiozzi e le laschine, n’c’era mica l’acqua che c’è oggi, ce n’era poca. Le bucava l’anguille co la forchetta, che stan ferme, i ghiozzi uguale. Poi, se facevano fritti, se friggevano co l’unto, venivan saporiti!

Assuntina, invece, mi confida che suo marito andava a pesca di nascosto, che era proibito pescare al fiume, con delle reti “tutte fatte a mano”afferma orgogliosa”andò a comprare il filo a Firenze. Poi, la mattina quando s’alzava guardava il tempo e diceva “Oggi c’è il nuvolo, c’è il pesce!”.

 

 

Era consuetudine, inoltre, come testimoniano gli abitanti della zona, allevare almeno un maiale destinato all’autoconsumo familiare e nel caso delle famiglie più abbienti si arrivava a tenerne due, uno per sé e l’altro da ingrasso che portavano e vendevano al mercato, al “fierino” che si teneva ogni settimana a Castiglion Fiorentino. Il ricavato serviva per comprare i generi alimentari di lusso (pasta, sale, caffè, zucchero).

Il maiale da macellare doveva avere almeno un anno e il periodo andava da novembre a febbraio. “Più grasso era il maiale e meglio era”, “Allora se usava tutto del maiale, n’se buttava via niente!N’è come ora” così raccontano le paesane per rimarcare che in passato niente veniva sprecato a causa dell’indigenza.

Tanti e svariati erano i prodotti che si potevano ricavare dalla macellazione del maiale, il cui compito spettava al norcino del paese:

-         il migliaccio, ricavato dal sangue del maiale, veniva consumato il giorno stesso per la sua deperbilità e regalato ai vicini e ai parenti innescando un circuito di doni e contro-doni.

“Migliaccio”

Ricetta di Maria:

 

“Se prende il sangue de maiale fatto “rompere” dal macellai,se mescola co l’uovo, il formaggio parmigiano, un po’ de pangrattato, sale, i semi de finocchio e un po’ de grasso de maiale tagliato a pezzi piccoli. Se mette tutto su ‘na teglia grande e se stende. Poi, se mette nel forno caldo, parecchio, e dopo pochi minuti, però bisogna abbassarlo.Il migliaccio deve essere alla fine soffice, morbido, morbido non se deve attaccare sul fondo e deve essere cotto dentro”.

 

-         La soprassata, insaccato fatto utilizzando le parti meno nobili del maiale come: lingua, coda e cartilagine, Il tutto veniva cotto pressato e aromatizzato con spezie.

-         Il capofreddo o sgualciatura, insaccato ricavato dalla testa del maiale (che cotto insieme ai fagioli costituiva

-         Il sambudello, insaccato simile alle salsicce, ottenuti con le interiora del maiale, in particolare, milza, sangue,polmone e fegato. Talvolta veniva conservato insieme alle salsicce in barattoli di vetro, sotto strutto, conservandosi per un anno.

Oltre a queste preparazioni particolari a cui era destinato il maiale e che ben caratterizzano e distinguono i consumi alimentari locali rispetto ad altre aree, si producevano anche i salati come: prosciutto, salame, lardo e rigatino. In particolare, ricordo, che lo strutto (ottenuto facendo struggere , appunto il lardo del maiale) veniva utilizzato in tempo di guerra come modalità di cottura al posto dell’olio di oliva, bene di consumo di lusso, la cui produzione e consumo era limitato e destinato per lo più come condimento a freddo sull’insalata e verdure.

La sera stessa della macellazione del maiale seguiva un “desinare del maiale” in cui la famiglia invitava il norcino, i parenti, gli amici e i vicini. Durante la cena le portate erano a base di carne di maiale appena ucciso e lavorato: costoliccio (costole di maiale cotte alla brace), bistecche, fegatelli e migliaccio. Le carni fresche venivano in genere regalate agli invitati, innescando un circuito di scambi reciproci “a buon rendere”, come dice Angiolina “S’ammazzava più che mai per far festa! Perché il mi babbo chiamava diversa gente, gli amici. Ce teneva lui a queste cose!”. Era un modo, dunque per rafforzare e consolidare i legami di parentela e vicinato. E aihmè oggi gran parte di queste abitudini sono state perse!

 

Ricordando i sapori del passato Angiolina, di colpo ritornata al presente, toglie fuori dalla stufa la farinata fatta con farina granturco e ciccioli di maiale e me la offre come per far riaffiorare tramite una memoria proustiana delle sensazioni e percezioni ormai lontane e sfocate. Infatti, continua con rammarico “ Prima se mangiava spesso d’inverno, come la polenta, se portava al bosco e se riscaldava al foco. Ora se fa ogni tanto per voglia che poi a questi giovani n’ piace tanto!”, come a voler rimarcare il cambiamento dei gusti e l’allontanamento delle nuove generazioni dai sapori “territoriali”

 

Farinata di granturco con i ciccioli di maiale

Ricetta di Angiolina:

 

“Se prende la capaccia del maiale, se lessa. Poi, se prende una padella, ci se fa i fagioli e in un’altra il soffritto con cipolla e rigatino. Poi, se mette tutto insieme, la capaccia del maiale tagliata a dadini e si mescola con la farina de granturco. Dopo un po’ che coce, senza che diventi dura, se mette nelle scodelle col mestolo e se lascia raffreddare. E’ bona anche il giorno dopo riscaldata al foco sopra al treppiedi”

 

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categoria:articoli riviste
giovedì, 03 gennaio 2008

Il seguente articolo è stato scritto durante il progetto per una rivista enogastronomica e doveva/dovrebbe esserne uno dei punti cardine del primo numero, nella rubrica dedicata all'enogastronomia e territorio. Si è scelto l'insolito esordio con la sconosciuta Molise, vista sotto un punto di vista del tutto originale. Lunghezza limitata, godimento assicurato: se ne consiglia l'intera lettura: rilassatevi, è ora di viaggiare...

Rubrica: Region Per cui...

Molis/e…
 

di Marco Bellentani

 

Pane che l'uòcchie, casce senz'uòcchie e vine che te caccia l'uòcchie

 

Un vento secco, colmo di frutti sinceri della terra vi accompagna lungo le immense autostrade d’erba, chiamate Tratturi. Nati dall’arte animale, e forgiati da quella umana, i Tratturi sono possenti portali della transumanza che, neanche troppo idealmente, vi consentono di attraversare la stretta regione. Arrivati a Sepino, foss’anche per sbaglio Pietrabbondante, quel vento secco si trasformerà in placido eco della storia, con la costante del rovente sole, tra le macerie dei tuoti Sanniti, dominati dalla lingua Osca con cui già declamavano tragedie e leggi in quei gioielli semicircolari, del tutto ellenici, chiamati teatri. Quando c’è teatro, c’è cività, ci sono ideologie da tramandare, fino all’arrivo del dominante impero romano che impose la propria, trasformando i Sanniti in coloni e forgiando il seme della moderna Molise.

Di questi paesaggi, di questi venti, di questo silenzio, il moderno molisano è consapevole, umile e orgoglioso al contempo, addormentato ad occhi socchiusi dal sole, ma pronto a decantarti la fierezza agricola della terra natia. Andate pure a Campobasso, oppure tra le montagne dell’isernate, fredde d’inverno e verdi d’estate: è li che incontrerete la testardaggine positiva del molisano. Tra le fronde dei paesucci arroccati c’è chi, tenace e creativo, converte il proprio gregge di pecore in sontuose bufale da cui ricava un formaggio che non troverete da nessun’altra parte. Sì i caciocavalli di podolica schiettamente ti deliziano, sì le stracciate, dopo la carne della sera, quasi invitano all’abbuffata, ma “Il Moro” rappresenta uno di quei prodotti rari, unici, sublimi, creato da quel pastore di San Giuliano del Sannio, artefice della fragranza di questo formaggio di bufala, che dopo sette mesi di stagionatura, sprigiona, dal latte crudo, tutto la sua armonia che trasforma il canto di cicale circostante in lodevole fruscio d’erba.

Fuggendo via da questo sogno d’estate, tra il caldo asciutto e la pace riacquistata, i campi fioriscono di podoliche brulicanti, eredi di quella verace razza bovina che rischiò l’estinzione a causa dei contributi della comunità europea e che, grazie alla sua scarsa produzione di latte, ancor oggi, scampato il pericolo della mattanza, rappresenta il carattere dell’agricoltore molisano che smista quei formaggi e quelle carni verso la costa cui, con piglio insolito, vi state idealmente o meno dirigendo, magari con sullo sfondo il tramonto e qualche falò ove nel nero Cuttùro bolle la pietanza per qualche nipote.

 

Giaccio qui

Al tocco delle cicale

Come un monumento sul monte

Silente e sconosciuto

Come la terra del Molise

 

Vi siete perduti, rilassati tra il verde e le vestigia della storia molisana e, ora, dimentichi dello stress di tutti giorni, magari vi aspettate un sussulto, costiero, marino, frizzante. La musica c’è, la notte pure, i giovani molisani sono più baldi di quello che pensavate, ma anche sul mare, una flebo di soave silenziosità premette quell’unplugged totale, dopo undici mesi di corse…

E’ Termoli, seconda città del Molise, il punto di vista insolito di questo viaggio. Spaccata in due dal meridiano del tempo così come dall’imponente fortezza sveva, il porto per le Tremiti, si dimostra ricettivo sia per chi cerca un po’ di divertimento all’eco del non lontano Gargano, sia per chi si vuole cullare tra le placide atmosfere di una vacanza rigenerante.

Ritmi lenti, caldo d’Africa, calette arroventate e un senso generale d’ozio e abbandono, al costante suono delle cicale che ricorda il vostro passaggio nelle campagne. A girar Termoli, s’incontra la voglia di buttarsi in mare ad ogni anfratto, di aspettare il tramonto per veder annegare il sole, nonché i paesani, disponibili, dopo un breve accenno di diffidenza, a raccontarti delle secche dell’adriatico e di pescherecci in odor di leggenda.

Il sole sembra squarciare gli esili legni del Trabucco, ingegnosa palafitta per il passaggio di Pizzuti (i Saraghi di queste parti), e forse è meglio rifugiarsi ancora un po’ tra le fredde celle e le accese parole del macellaio Pilla, un difensore della fede bovina-podolica, appesa al gancio dei Caciocavallo, troneggianti su profumatissimi lombi e fragranti Stracciate (formaggio a pasta molle).

Manca poco alla voglia di svaligiare il locale e star lì fino a sera, quando il richiamo del piccolo, intimo e ortogonale borgo vi trascina fuori, sospinti dalla voglia di assaggiare un po’ di quell’olio molisano, figlio della morchia, che tanto fatica, nonostante la sua bontà, ad essere smerciato localmente. L’esperienza è colma di velluto, tra quel pane che da esimi chef è stato considerato secondo solo a quello d’Altamura: ormai Termoli e i sapori del Molise sono acquisiti, messi in memoria, ma non è ancora giunta l’ora di partire perché, tra quelle viuzze dal soffocante abbraccio, state per scoprire l’esperienza insolita, poco associata all’idea che ci si fa di questa regione: il pesce.

Siete appena arrivati nel cuore dell’antico borgo, la sera è placida e la gente ha voglia di chiacchierare e sorridere vicino all’Osteria dentro le mura, la roccaforte del Signor Antonio, il bardo della cucina passionale, dell’esperienza verace e legata alle radici non solo del posto, ma della stagione, del giorno stesso.

 

Riproporre la cucina di bordo in un ristorante

 

è una di quelle frasi ad effetto che lascia il tempo che trova se non è seguita da vero amore per il proprio lavoro e dalla volontà di ricorrere sempre ed esclusivamente a materie prime appena colte, pescate, a ciò che l’esperienza e la fortuna di una battuta per mari ha fruttato. Antonio fa questo, scende le scale a chiocciola del borgo antico, raggiunge solerte il porto e attende il ritorno dei pescatori col pescato di sempre e qualche sorpresa giornaliera, come una Rana Pescatrice da 9 chili che lesta finirà nella cucina dell’Osteria.

La barca potrà proporvi, fedele a ciò che è arrivato dal porto, U’ Pappone, recupero del pescato esente da lische con razze, polpi, moscardini, cicale, seppie e quant’altro possa ispirare questo piatto che, nel modo in cui l’interpreta, solo Termoli può offrire al vostro palato. Un altro tiro di dadi sulla barca, un’altra prelibatezza come i Pulepe ‘Npregatorie, insieme di  polipetti non puliti, e perciò sublimi, affogati nel coccio colmo di spezie e cura. Un goccio di Molì, un sorso d’Aglianico[1], e una deliziosa zuppetta di cicale vi inebrierà giocando sul contrasto dell’amaro della cicoria con il dolce del pomodorino che, deflagrandosi tra i denti, renderà al palato ormai vinto il colpo di grazia. Scr’pell e altre paste fanno largo alla rivisitazione di un altro piatto tipico di Termoli, con tanto di sagra a luglio, ’U Scescille, piatto poverissimo al colore del sole delle uova, del pane raffermo e della cipolla soffritta, prima che la pioggia di pecorino trionfi nel calderone del sugo che bolle.

 

Il sole caldo è ormai un ricordo, una leggera brezza allieta il ritorno a casa, mentre qualche paesano vi dice che i Scescille che sua nonna gli preparava da bambino sono più poveri e dunque più buoni di quelli della sagra, magari mentre state passando sotto la sinistra statua di S.Basso, lungo la piazza del borgo, dove la vista del porto rimanda ancora ai sogni dei pescatori lontani, nascosti lì, in un lembo di mare nero come la notte. E’ finita…domani, con calma, si ritorna a casa…

 

Le barche del porto urtano la banchigia

Le bandiere in piazza segnano bonaccia

Tutto è un continuo e flebile rumore

un senso gioviale di ozio e abbandono.

L’erba è blu, il mare è verde…

Lo so…sto ancora sognando.

 

Marco Bellentani

 

Direttamente dal cotturo

Pulepe ‘Npregatorie (Polipi in Purgatorio)

Ingredienti (4 persone):

1 Kg di polipetti NON puliti, solo spellati;
½ bicchiere d'olio extravergine d'oliva;
1 cipolla a fette;
peperoncino
acqua;
sale.

Mettere a bollire in una coccio tutti gli ingredienti per 1 h. scarsa, sio a che l'acqua sarà asciugata lasciando un sughetto denso e scuro. Se a questo punto i polipi risultano ancora duri, aggiungere altra acqua e lasciarli cuocere sino a cottura voluta.




[1] Per i vini del Molise Vi rimandiamo alla rubrica Profondo Rosso.

 

 

  • Di seguito il planning delle rubriche Studiate da me per il progetto L'insolito:

 

Argomento

Titolo proposto

Motivazione

Edit

EDITORIALE

L’Aneddoto

In questo caso io punterei sulla parola ANEDDOTO: perché non chiamare l’editoriale…L’aneddoto (sempre in linea con visione insolita…): dunque i contenuti della rivista (ovvio che il primo numero è di presentazione generale, ma anche questa può essere snocciolata attraverso gli aneddoti) sono legati da loro da una serie di aneddoti capitati durante i servizi, o presenti nella tua esperienza o per sentito dire o nell’esperienza di chi ha redatto i pezzi. L’aneddoto si lega molto ad un’idea di tavola apparecchiata, di profumo di camino, di legna, di semplicità della tradizione e, al contempo, può risultare ironico ed è  per sua natura insolito…ect ect

Vedi motivazione.

 

Direttore o altri.

RUBRICA DEDICATA ALLA PIZZA

Anche gli angeli mangiano la pizza

E’ arduo trovare una cosa che non scada nell’americanismo bieco e fast food…il concetto poi della pizza piatto importante…

Un’indicazione in questo serio/faceto titolo.

 

CUCINA ETNICA(INDIVIDUARE UN TIPO DI CUCINA E PARLARNE

IN MANIERA APPROFONDITA E DIVERSA):

Etniqua’

Sottotitolo:

parole di profumi stranieri

La visione è comunque interna all’Insolito, alle tue conoscenze,al visione personale e di gruppo di quella tradizione. Il qua accentato ricalca espressamente la fonetica sta  anche per avvicinamento, proposta di scambio, ma sottolinea la visione della rivista: la rivista sente l’alterità, l’etnico come attiguo, proprio, come vicino…appunto qua.

 

INTERVISTA ALLO CHEF KUMALE'

Chef Kumalé

Ho visto che si firma in questa maniera, potrebbe diventare un ponte collaborativi interessante dunque, progettare uno spazio per Chef Kumalé.

-

AGENDA DEL VIAGGIATORE(INDIVIDUATO IL TIPO DI CUCINA ETNICA,DESCRIVERE IL LUOGO CON LE COSE DA CONSIGLIARE E SCONSIGLIARE)

Churrascheria “Tempura”

Sullo sfondo del titolo, graficamente l’insegna di un ristorante. Il ristorante è una churrascheria…sì…ma che si chiama Tempura…L’ossimoro è sia geografico che culinario.

 

-ITINERARI DEL GUSTO(PERCORSO CULTURALE-ARTISTICO-GASTRONOMICO DI UNA VALLATA ARETINA...CON UNA VETRINA,GRAFICAMENTE ACCATTIVANTE,DI POSTI CONSIGLIATI DA NOI...UN BUON ALBERGO,UN AGRITURISMO,RISTORANTI,ETC):

 

Le mappe del sapore

La rubrica potrebbe, con l’ausilio grafico, proporsi come vera e propria mappa di punti da collegare, i punti sono gli alberghi, l’agriturismo in questione, i ristoranti, e tra i punti vi sono strade in cui descrivere paesaggi, sensazioni, ricordi storici e presenze artistiche.

Romanzato, gusto per il racconto classico con inserti sinestetici moderni. Proposta: scrittura e/o partecipazione edit Marco.

SERVIZIO DEDICATO ALLA CUCINA MOLECOLARE...VISITA AL RISTORANTE "COMBAL" DI TORINO.

Molecola COMBAL

Nome ristorante o luogo, o chef  ect., associato a Molecola: effetto d’elite e attento al contenuto scientifico dei mezzi utilizzati.

Tecnico, aneddoto e attento al dettaglio della novità.  Proposta: partecipazione  edit Marco.

RUBRICA DEDICATA ALLA CARNE CHIANINA QUATTRO CHIACCHIERE CON IL MACELLAIO POETA DARIO CECCHINI

Doctor Chianina

Il Doctor Chianina è colui che tutto sa sulla carne chianina, è marchio di garanzia dei servizi, è l’immaginario massimo esperto sul campo.

Popolare, in stile con l’ospite, ma anche, se si sviluppa in recensione di ristoranti o agriturismi che la vendono/producono/cucinano, improntato alla sostanza, alla filiera che porta in tavola quel pezzo di carne, ect. Proposta: scrittura e/o partecipazione edit Marco.

CUCINA REGIONALE...OGNI USCITA, DESCRIVERE UNA REGIONE DA UN PUNTO DI VISTA ENOGASTRONOMICO

Region per cui:

(sottotitolo, di volta in volta nel dialetto d’origine).

Gioco di parole associato al marchio dialettale che identifica immediatamente, da una parte l’argomento, dall’altra il luogo.

Romanzato, impressionista. Attenzione al dettaglio, ai luoghi, al sapore della tradizione, all’affresco d’insieme. Proposta: scrittura e/o partecipazione edit Marco.

L'ESPERTO DEI SAPORI-CESARE MARRETTI-PRESENTAZIONE LIBRO-RECENSIONE RISTORANTE "ARTEFOOD".

Cesare Marretti

 

 

Così come per Kumalé, una netta identificazione dello spazio del maestro.

-

-RUBRICA UMORISTICA CON VIGNETTE ALLEGATE....LE "CRUDITA' " DI LUCA BAGLIONI...LA RUBRICA SI CHIAMERA'"CRUDITA'"O "PENNA ALL'ARRABBIATA"..."OLIO DI SEMI SERIO"..VEDREMO..MA IL TIPO CHE SCRIVE E' UN VERO TALENTO LETTERARIO CON UN PALMARES DI PREMI VINTI CHE NON HAI IDEA...

Olio di semi vari

Secondo me il migliore di quelli proposti, giacché l’unico a contenere la variazione del nome in senso ironico. Negli altri due casi è affidata al lettore: un po’ spiazzante.

-


-IL CIBO NELL'ARTE(IL CIBO NEI LIBRI, NEI FILM, NELLA PITTURA).

Mediàcìbus

 

 

 

Unione del termine Multimediale e moderno a quello antico, latino, sapiente.

L’accento sulla a è voluto per nominalizzare l’unione.

Ritmico, storiografico ma sostenuto. Proposta: scrittura e/o partecipazione edit Marco.

-TACCUINI STORICI (LA CUCINA NELLA STORIA)

Miricordo

Sottotitolo: la cucina nella storia

In alternativa:

Miriordo

In alternativa:

Manoscritto: la cucina nella storia

Col primo si punta sul ricordo nostalgico-saggio e col secondo ho voluto proporre l’elisione toscanismo, mentre col terzo sull’immagine di un qualcosa di ritrovato, riscoperto e fondante.

Storico, snellendo la cronistoria con intrecci folkloristici e aneddoti. Proposta: scrittura e/o partecipazione edit Marco.

I SALOTTI DEL VINO.

 

.ENOTECHE, VITICULTORI E TUTTO CIO' CHE RUOTA ATTORNO AL MONDO DEL VINO

Profondo Rosso

Sottotitolo: viaggi dentro il vino

 

In alternativa:

Effetto Goccia: quel che ruota intorno al vino

Col primo ho voluto proporre una forzatura molto interessante: a te la senzazione.P.s.: adoro questo titolo (profondo + dentro)per questo argomento.  Col secondo sono  invece stato più d’essay, puntando sulla visione globale.

Estremamente attento ai colori delle fasi di degustazioni, alle sensazioni sinestetiche provate, all’ambiente e alla tradizione. Proposta:scrittura e/o partecipazione edit Marco.

GUIDA AI LOCALI-LOCALI PER UN GIORNO(COLAZIONE, PRANZO, SPUNTINO, APERITIVO, CENA, NOTTE.

Cronache di un piacere annunciato

 

Poi suddividere i momenti con un’ora, ad es. ore 08:12….e il racconto della colazione…ect ect.

 

Milleriano modo per racchiudere il senso della rubrica: quello che si propone è certamente piacevole, nel senso anche di certificato. Dall’altra parte cronache riassume il taglio snello della rubrica, dell’appunto.

Semplice, diretto, veloce, da breve appunto sfizioso. Proposta: partecipazione edit Marco.

 

 

 

 

 

 

 

 

       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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