La via dell'amore è il mio secondo romanzo, lo scrissi nel 1996/1997. E' diviso in quattro parti e narra la storia di un ragazzo che vive spensieratamente e con dissolutezza i suoi giorni di scuola, poi dopo una bellissima storia d'amore cade in un inferno allucinante di droga, alcool e perdizione per poi intraprendere una ricerca religiosa alternativa e cambiare la sua vita...ma il fato ha diverse sorprese in serbo per lui...Questo è il sunto del II capitolo della Terza Parte, nominata Inferno. Questo libro è stato scritto in uno stato
emotivo cangiante: io stesso dalla spensieratezza passai alla dissoluzione e i turbini religiosi mi assalivo opprimenti. Rappresenta il secondo gradino dell'abbandono di certe paure e imposizioni sociali e non, ma soprattutto rappresentò per me l'esigenza di scaricare veramente demoni(e santi!) sulla carta onde non farmi ancora travolgere da un'alcolica risacca...
II. I primi tre demoni si accoppiano e fanno sesso, il quarto non resta a guardare…
Ricominciai a bere spropositatamente. Le giornate erano spoglie e vuote e alimentavano quel mio senso di nulla e inutilità da coprire con l’eccesso. Cominciai a sperimentare e a ripugnare il prossimo. Mi sentivo forte e ricco di nuove energie occulte. I demoni mi parevano reali e sempre presenti, come leali compagni. Mi isolavo e mi liberavo dalle compagnie fastidiose, insabbiando la mia eccitazione nell’intima follia.
[...]La condotta dissipata mi fece perdere il senso del comune orientamento, del sociale, della coscienza del proprio ruolo nel mondo. Ero totalmente estraneo a tutto, a tutti e a me stesso.
Dicevo e facevo cose senza rendermene conto. Senza Francesca non aveva senso programmare, cominciare a migliorare; preferivo evadere per poi star male per questo…Insomma, nutrivo le mie paranoie con il cibo che non volevo mangiare, eppure lo divoravo!
Depresso, senza la volontà attiva di smettere di essere quello che in realtà ero:
“Tanto nessuno migliora col tempo, vero Francesca?”
Così proseguivo senza sosta la mia strada della sofferenza, libero o incatenato alla mia disperazione, frequentando brutti locali, pieni di fumo e oscurità e persone di poca gloria. Conobbi una certa Linda, una bella donna sulla trentina dai lunghi capelli neri, le mani affusolate e sensuali e dai movimenti accattivanti che turbavano il mio spirito dilaniato. Il viso, leggermente sciupato dalle trasgressioni e dai vizi, era una valle ovale dominata da pupille nere come la morte, capaci di ammaliarti sopra i suoi nostalgici discorsi e le sue invettive contro il sistema. Anche se cadeva spesso nell’eresia sapeva farsi dare ragione da tutti i maschi che le stavano attorno affamati di sesso. Forse, fu proprio perché non l’aggredivo con lo sguardo che la feci mia. Mi divertiva…mi riempiva di hashish, whisky e sesso. Ero così…maledettamente affascinante se fossi stato un rock star; clamorosamente reietto se i miei nastri fossero il rifiuto della musica contemporanea.
Un giorno la presi in casa con me: facevamo l’amore tre volte al giorno e ci sconvolgevamo con la cocaina. E dopo lo sballo, offrivamo le nostre membra alle luci della notte, sui prati della città.
“Sai Paolo…ogni giorno sono sempre più convinta sulla veridicità della mia teoria dei vasi scomunicanti…”
“Vorrai dire comunicanti!”- risposi sorridendo e abbracciandola sotto il copertone, compagno di diverse scampagnate.
“No, zitto scemo…ascolta…la mia teoria dei vasi scomunicanti: la gene è come un vaso scomunicante che, piene e traboccante, necessita di un altro recipiente dove riversare paure, problemi e stress. Ogni magagna quotidiana va svuotata…e…e al contrario…cosa….cosa facciamo…non…non lo facciamo, ecco! Evitiamo questa azione vitale e ci isoliamo con diffidenza nell’egoismo di non voler condividere gli attimi, tristi o felici, della nostra vita con il prossimo. Questo è il primo punto…quello più importante” – si eccitava enormemente quando liberava la sua creatività. Non la disprezzo…non posso condannarla quando penso a lei –“Credo, inoltre che se sconfessando questa abitudine, si comunicasse, la tracimazione idrica avrebbe luogo, risolvendo i problemi psichici e pratici della nostra quotidianità: non ci sarebbe bisogno di colmare gli spazi a distanza…”
“Che?” – sobbalzai incapace di afferrare il senso globale di quelle convinzioni.
“Sì…se tante persone sono in un bar e altre in un altro, e sia in uno che in quell’altro vi sono persone che odiano e amano persone dell’altro bar…ecco…non vanno nell’altro bar in quanto paurose di incontrare chi odiano o amano, sacrificando l’incontro sospirato con chi si ama. Capisci?”
“Temo di sì…”
“Beh, supponiamo che questi bar siano a trecento metri l’uno dall’altro; se la mia teoria non fosse valida, la distanza sarebbe immediatamente colmata, la gente comincerebbe a parlarsi e si risparmierebbe benzina per passare cinquecento volte davanti all’altro bar per scorgere chi si ama…la tensione svanirebbe nell’energia prodotta dalla tracimazione di ogni vaso su quell’altro!”
“E’ come dire che un branco di amici senza ragazze berrebbe meno birra se scopasse di più!”
“Esatto!” – sorrise dandomi una pacca scherzosa sul petto –“Non sprecherebbero soldi in porcherie, si farebbero meno paranoie…Cazzo, voglio dire…entrate in quel bar e chiedete alla ragazza di uscire…comunicate col cuore!”
“Giusto!” – insinuai divertito e malizioso –“Ma tu parli di porcherie e schifezze e poi ti fai di cocaina, fumi e bevi come una sfondata.”
Si rattristò e disse:
“Infatti, la mia è la teoria dei vasi scomunicanti e non la pratica…”
Nonostante tutto ci intendevamo. Probabilmente comunicavamo tra noi perché eravamo scollegati dal resto del mondo. Sì, nudi sull’erba a fumare spinelli e guardare i serpenti nel cielo mentre strofinavamo i genitali con le mani.
“Mi sto uccidendo, vero Linda?” – dissi all’improvviso con il pene duro nella sua bocca.
Lei smise.
“Quella puttana di Francesca sarà con qualcuno, nel suo asfittico perbenismo a gioire sulle rovine del nostro amore. Ma dov’è la vita…sopra o sotto le rovine?”
“In mezzo. L’ami ancora?”
“Certo…tantissimo. Ma non posso fare niente, ormai. Non mi rimane che dilatare il mio corpo nell’abisso e fuggire dalla vita che odio. Il mondo finisce e la gente muore…tutto sta nel decidere quando e come…A che serve il riscatto se non te lo puoi godere? A che serve la pensione se sei vecchio?”
“Hai un sogno?” – disse piangendo –“Io sì…vorrei essere la chitarra di Hendrix e farmi possedere dalle sue mani. Vedi…lui è morto, lei no…ma chi la suona come lui? Tuttavia, chi non sogna non vive…Tu hai un sogno, Paolo?”
“E chi ha solo incubi?”
“Forse viaggia verso l’ignoto, oppure scopre la tremenda verità di una vita che, dopotutto, è felice o spensierata in rapporto a quegli orrori, proprio perché li ignora. Ignora il risveglio…è per questo che dico che si deve sognare. Forse è la realtà la trasposizione degli incubi umani; così una nuova surrealtà non è altro che una particolare e personale realtà!”
“Mio Dio…dove finisce l’universo?”
“Dove la luce non arriva…” – rispose sconsolata.
“Ecco, brava, saggia e maledetta. Io sono in quel nefasto luogo dove la luce non arriva.”
Sì, totalmente succhiato dai superalcolici, dalla cocaina e dal suo sesso orale sotto una doccia che faticava sempre più a rinfrescarmi. Anouk odiava Linda, ma doveva odiare me. Forse, non capiva…non sapeva, tuttavia, tentava d’amarmi…cosa impossibile in quel tempo.
Questa situazione si trascinò sino agli inizi di Marzo.
Il mio stato fisico era malandato e psicologicamente ero in un fosso oscuro e dimenticato da Dio. Linda e i suoi amici mi avevano assillato, tediato in modo tale da risultarmi insopportabili.
Così, una sera, dopo una sonora sbronzai, la presi con violenza, sorrisi con compiacimento, tirai di coca e le dissi:
“Adesso, bagascia…raccogli i tuoi stracci ed esci per sempre dalla mia vita!”
Si dimenò nel tentativo di persuadermi, ma fui di una durezza diabolica. Sparì e io ebbi, grazie alle droghe che dimentico in casa, una tremenda visione.
Vidi i primi tre demoni accoppiarsi senza ritegno e il quarto che, con aria distaccata, li guardava da lontano. In quell’istante la mia visione si trasformò in rivelazione ipnotica. Feci un riassunto delle ultime settimane, di ciò che mi era accaduto e, basandomi sulla simbologia dei miei incubi ad occhi aperti, capii il significato di quelle allucinazioni.
Avevano la mia faccia rivolta verso il basso, quindi, rappresentavano la parte maligna, rovesciata e ribelle del mio Io. Ero io contro me stesso, io contro le Leggi…ero nel male, ero l’anti-me! Loro rappresentavano i miei peccati!
Illuminato da questa profonda riflessione, compresi che i loro astrusi nominativi non erano che chiavi o anagrammi del Male commesso per divenire un disperato e una persona solo, dentro e fuori.
OLOCAL [...]
GODAR [...]!
USURALIS era l’anagramma di LUSSURIA, peccato o voluttà sempre presenti nella mia natura, ma abusato in quei momenti senza conferigli produttività o continuità sentimentale.
Infine, c’era MISANTROPHEUS, che mi aveva conquistato silenziosamente. Non era un anagramma, in quanto lo scivolarci fu per me [...]
Il Sapere non significava, nel mio caso, liberarsi. Sì…erano proprio quelle trasgressioni che mi sospingevano ad affrontare il giorni che sarebbe nato; e questo semplicemente per riprovarle, gustarle di nuovo! Stavo morendo? Sì…visto che Jim, un tempo faro e guida della mia coscienza, non riusciva a distogliermi da quel rovinoso sentiero.
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