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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. recensioni cinematografiche | Marco Bellentani
martedì, 13 ottobre 2009

Il packaging offerto da Tarantino, ancora una volta ci confeziona, in maniera perfetta, cinefila e ridondante, la summa del suo cinema anni 2000: la polvere!


Il cinema di Quentin, è noto, è sempre stato colmo di citazioni, e questo non è propiamente un difetto, bensì, lo è stato, un'arma per far godere il vero cinefilo. Tuttavia, negli anni 90 il citazionismo era un humus su cui far sviluppare solide idee innovative, mentre adesso potremmo parlare di citazionismo didascalico. Quasi fine a se stesso. Un conto è reinventare il cinema pulp, con Pulp Fiction, mettendo su situazioni e rimandi a film di genere, su cui creare qualcosa di veramente creativo e nuovo; un altro è inserire delle didascalie, delle citazioni su cui poggia un film dal respiro corto. Seppur rimanga curioso e frizzante, il citazionismo tarantiniano perde di mordente quando, tra l'altro, realizza scene che non funzionano come il film preso in esame: strage cinema vs strage di Carrie lo sguardo di Satana, del buon DePalma, ad esempio. La scena iniziale, quella più debitrice del film di Castellani - Quel Maledetto Treno Blindato è, invero, l'unica che regge su una tensione drammatica e linguistica eccezionale, anche grazie a Waltz: davvero mostruoso! Un genio della pantomima!

Un altro must non pervenuto in questo film forse anche troppo lungo è l'ipercreatività di Tarantino. Beh, questa si è spenta veramente da decenni. Dopo il collage di Kill Bill, il futile Grindhouse eccoci a Inglorious..., un film molto povero di idee originali. Prendendo da vari soggetti, Tarantino arma il suo biscotto sempre ben confezionato. Nessuna idea nuova, bensì la ripetizione di un cliche che Quentin sta proponendo al pubblico da troppo tempo: il famigerato Rape & Revenge all'italiana o alla statunitense degli anni '80. Angheria E Vendetta finale. Nulla più. Lo è stato nei film citati, lo è ora. Insomma, Quentin cerca di far cassa giocando sui sentimenti della gente, il rape stavolta è addirittura l'olocausto, stuzzicando giustamente l'animo voyeristico dello spettatore e ripagandolo con una liberatoria strage che però non funziona come la fantastica vendetta di Carrie.  Insomma, un regista simpatico ma secondario, quasi banale nell'infantile divisione tra l'ovvio bene e l'ovvio male rappresentato...Tuttavia, si chiama Tarantino: dunque cinema pieni!  Ma stavolta la gente si alza dalla sedia delusa. Il ciclo è terminato! Vediamo se si renderà conto di questo e sfornerà veramente qualcosa di innovativo come fece con Pulp Fiction (Le Iene paga tributo ecessivo a Cani Arrabbiati di Bava, ma si erge a capolavoro per i dialoghi e i ritmi assoultamente da leggenda).



Da questa parentesi annoto, poi, l'ennesimo punto di debolezza del cinema dello statunitense negli anni duemila: l'ironia linguistica, quei dialoghi favolosi e serrati che, eccezzion fatta per Waltz, latitano ancora in questo film. Quindi, una delle caratteristiche principe del genio di Quentin, in Bastardi Senza Gloria, perviene solo a sprazzi (consoliamoci: era sparita in Kill Bill!), rendendo il seguito del film poco interessante e sconquassato solo dallo spirito sadico e dall'incombenza storica chiamata di mezzo. Senza Waltz il voto si sarebbe abbassato si qualche punto! il grosso problema di Quentin anni 2000 è proprio questo.
Parto dalla base critica che, abbastanza evidentemente, il cinema di Tarantino aveva trasformato in immagini fauves le pagine della sceneggiatura. Con una forza, ironica - violenta - comica - drammatica, il cinema di Quentin ci forniva di un protagonista assoluto, il dialogo e la sceneggiatura, fusi in un crogiolo dove anche la situazione non-sense diveniva estremamente espressiva. Ecco, Tarantino ha perso questo: già evidentemente in Kill Bill, dove il citazioniscmo didascalico è soffocante e i dialoghi quantomeno ridicoli e privi di verve, ma, purtroppo, anche in grande parte di questo Inglorious, salvato solo dall'estro di Waltz. Smarrendo questa forza propulsiva, il cinema di Quentin non è più quello del genio ma retrocede ai film di serie B, con un packaging nettamente migliore da un punto di vista tecnico, ma di Serie B. Al contrario, gli esordi avevano portato la B in massima serie, ed a pieno diritto!


Personaggi come Von Trier, Tsukamoto o Takashi Miike se la ridono dall'alto, sbattendo la vera ipercreatività in faccia a un bravo alunno ormai perdutosi.

Voto 55/100
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categoria:recensioni cinematografiche
martedì, 02 dicembre 2008
Una madre sospetta che la persona, restituitale dopo un rapimento, non sia veramente suo figlio. Quando la donna esprime alla polizia i suoi sospetti viene spedita in un centro di recupero. Inizia l'odissea di una reclusa e l'impossibile ricerca di una speranza sicura.

Eastwood in pratica toppa clamorosamente!
Eh si, quella catarsi che Clint ci aveva donato nello stupendo Million Dollar Baby non si ripete neanche per un minuto in questa sua nuova fatica. Colpa anche della Jolie che quando piange, ride è rabbiosa o disperata ha la stessa diafana faccia, scolpita dai labbroni alla nonna papera, culmine dell'immobilismo facciale in cui sta scivolando. E non bastano le lacrime per smuovere quel pezzo da museo: ci vuole passione, tensione e la capacità che ebbe la Swank di catturare il cuore e il sangue dello spettatore per far fremere una persona davanti ad una storia drammatica. Stavolta, al contrario, l'unico momento in cui Clint riesce a coinvolgerci è nella scena dell'esecuzione del Serial Killer (lui sì personaggio su cui fare un film!), dimostrandoci, in quella regressione alla paura fanciullesca, come la pena di morte non sia, anche in casi estremi, giusta per nessuno. In quella scena, il nostro cuore palpita, il nostro giudizio, ovviamente inamovibile su quel mostro, si scontra contro una sensazione di conservazione e di morale più ampia, non nelle traversie della donna, rinchiusa nel solito manicomio in cui è costretta ad angherie deja vù.

Tutto troppo patinato, troppo paradossalmente perfetto e pacato, da risultare noioso e solo un bambino sfortunato (il ragazzo che riesce a liberarsi dal killer, non l'antipaticissimo figlioletto della Jolie) e uno psicopatico, rimediano al clima da Bonomelli serale che non ha altre accelerazioni di ritmo.
Possibile far passare come ridondante e non appetibile una storia del genere?
Ahimé, grande Clint, Sì...


Voto 55/100
postato da: Magister_Ludi alle ore 22:39 | Permalink | commenti (1)
categoria:recensioni cinematografiche
giovedì, 13 marzo 2008

Terrificante. Questo il banale aggettivo che balza alla mente se si pensa al gioiello targato da un Balaguerò, spalleggiato dal giovane P.Plaza, in forma strepitosa. Dopo le visioni conturbanti di Nameless e la perfezione teorica del plot di Darkness, il regista spagnolo porta avanti i suoi temi classici (visioni sparate a mille all'ora come frammenti di un puzzle alternativo al film e funzionale allo stato d'inquietudine, tema del male assoluto e relativo, oscurità) raggiungendo pressoché la perfezione. Lo scopo era quello di creare un ambiente di terrore estremo tramite la scelta del digitale e della presa diretta e, dopo la visione, possiamo dire che non solo l'obiettivo è stato centrato, ma anche che il cinema di Balaguerò acquista qualità formale esaustiva e importanza rilevante nell'ambito horror mondiale di tutti i tempi.
A questo punto, è necessario sgombrare il campo da una critica poco profonda e poco conoscitrice del cinema di genere (vedi articoli a dir poco insufficenti apparsi su Repubblica o Liberazione). Il film non deve niente a Blair Witch Project, ma al capolavoro di Deodato, da cui la strega di Blair ha copiato interamente la sceneggiatura e le riprese, Cannibal Holocaust. A differenza del Project americano, il film di Balaguerò, pur cogliendo gli spunti della presa in diretta, del giornalismo a tutti i costi, dei primi piano disperati, segue una trama e uno sviluppo del tutto proprio, senza cadere nei plagi di Witch Project. A questo, Balaguerò aggiunge un ritmo da film d'azione assolutamente spietato, incollandoci, ferocemente alla poltrona della sala oscura.
Sì, perché il terrore di REC, è un terrore totale e particolare, metafisico e fisico, che punta sulla tensione infinita così come sul dettaglio sonoro. E' sconsigliabile andare a vedere questo film se si è impressionabili, visto che esso impressiona anche chi solitamente non lo è. Insomma, REC, da oggi in poi va a contendere la palma di film più terorizzante/ricco di tensione di sempre a mostri sacri (è il caso di dirlo) come L'esorcista e Quella villa accanto al cimitero.

Nel raccontare la storia di una troupe tv che segue le gesta dei pompieri impegnati nella quotidiane chiamate di routine, i protagonisti, richiusi in quarantena all'interno di un palazzo da incubo, vengono, dopo le schermaglie iniziali, letteralmente ricoperti di orrore, senso di debolezza e inferiorità, disperazione, azione sconvolgente e violenza soprannaturale. E così lo spettatore che, nell'ultima ora del film, non avrà il tempo di respirare, di prendere pausa, di smaltire lo spavento a causa di una unica scena di paura totale che si protrae quasi all'infinito.
Uscendo dal cinema, dopo la visione di REC, si respira un senso di delirio, si scorge l'ovatta delle giornate comuni, si assapora il gusto della paura in forma di adrenalina galoppante.
Un capolavoro di regia, di sceneggiatura, di tensione praticamente impareggiabile che non solo cancella il passo falso di Fragile, ma impone questo film tra i più spaventosi e meglio realizzati di sempre.
Voto: 110/100.
Guarda il trailer italiano:
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categoria:recensioni cinematografiche
lunedì, 03 marzo 2008
4° Thriller intimista di Allen.
La moda Match Point ha raccolto talmente tanti fans dell'ultimora da risultare stucchevole. Come tutte le mode, tipiche della Bay Area e non della New York che Allen non racconta più, preferendo lande provinciali o esterni bucolico-marittimi.


La maggior parte dei nuovi fans stronca Sogni...e elogia Match Point, cadendo nella trappola dell'Hot Dog alla MacDonald che ti piace, ingrassa e non sai con che steroidi viene prodotto. Lo steroide imbattibile, imprescindibile da cui sia questo film che Match Point discendono è il vero capolavoro thriller di Allen: Crimini e Misfatti. Se in match point era l'omicidio dell'amante a ricadere dal passato, qui si sviluppa quella parte di Crimini e Misfatti dedicata al senso di colpa. Perciò possiamo dire che il film è più profondo, curato nell'introspezione e nella caduta alla Raskolnikov piuttosto che nella casualità affascinante del precedente film.Dunque, meno spettacolo, meno fascinosità e dunque maggior bruttezza?

No, diffidate dagli Hot Dog, riguardatevi Crimini e Misfatti e giudicate buoni sia Match che Sogni, figli di quel Dio di Crimini e Misfatti, non presente ma con un occhio cieco che, tuttavia, costringe al rosico gran parte dell'umanità.
Il rovello del pentito e la determinazione dell'arrivista sono da antologia, così come, più defilata, la figura del trionfante Zio dei due fratelli squattrinati, ma attratti dagli Hot Dog borghesi del possesso.
Bravo Allen, ma ora qualcosa di nuovo eh???
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lunedì, 14 gennaio 2008
Personalmente nutro la più schietta avversione per il musical.
Personalmente nutro la più grande ammirazione per il cinema di Lars Von Trier.

Detto dei due poli da cui parte il mio punto di vista, Dancer in the Dark emoziona come tutto il cinema di Lars, con qualche pausa dovuta ai sogni musicali della sfortunata (manco a dirlo!) protagonista. Bkiork è perfetta nella parte, così come la Bella di Giorno francese nel ruolo di comprimaria. Tutto si muove ad orologeria, e seppur le coreografie stemperino i climax tipici del cinema di Von Trier, quest'ultimo non insiste per la via del musical nel finale, lasciando al canto disperato di Bjork un ruolo letterario, di pura sceneggiatura del dolore.
Vicende e temi sono noti, deve rimaner noto anche il fatto che si tratta, forse, del film più lucido e convincente sulla querelle contro la pena di morte. Nessuno può più aver dubbi sulla sua inopportunità.

Non siamo a Dogville, nemmeno sulle Onde del Destino, ma Dancer in the Dark, seppur musical si dimostra grande film di sentimenti, pensieri e azioni. Da vedere!

postato da: Magister_Ludi alle ore 22:55 | Permalink | commenti
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martedì, 09 ottobre 2007

                                                   Il buio nell'Anima                                                                                                                                  
Jordan, a suo modo, ha sempre alternato film stupendi ad altri sinceramente discutibili, quindi, davanti alle nuove uscite dell'artista irlandese non si sa mai come va a finire. Questa volta si pende per la discussione, nonostante l'intensa e sentita prova della Foster, a causa di un soggetto che rifà le veci del celeberrimo "Il giustiziere della Notte" con C.Bronson.
Più introspezione, più sofferenza mostrata e travaglio esistenziale, ma sostanzialmente, giustiziere in gonnella. Fidanzato ucciso---> Pistola comprata ----> Mutamento interiore ----> Giustizia fai da te.
I tempi del western in USA non sono mai finiti, ma l'eroismo senza tempo dei bounty killer, trasforma, nella metropoli moderna, in killer senza meta.
Ora ci sarebbero gli ingredienti per il gran film, ma la sceneggiatura a senso unico evita lo spiccar d'ali tanto atteso, limitando la visione a omicidi, battute pseudo-esistenziali tra polizziotto attratto e carnefice, senza inoltrarsi nel vero punto di non ritorno. O meglio, il punto di non ritorno c'è, nel finale, ma si risolve in una bolla di sapone di quello riciclato dalle soap opera. Sapone nero, senza dubbio, ma sempre sapone.
Insomma, il film si vede e nella sua unitelarità scatenerà diverse polemiche (sponsor fabbriche d'armi? sponsor sedia elettrica? attestato del punto di non ritorno a cui la società malata ci sta menando?), ma Jordan era il grande autore di capolavori come "La moglie del Soldato" e non il regista emergente che avrebbe girato con più freschezza questo "Il buio nell'anima".
Voto: 60/100
postato da: Magister_Ludi alle ore 10:54 | Permalink | commenti
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mercoledì, 13 giugno 2007
Film allungato dopo il flop americano, Grindhouse vede subito il ritorno alla grande di un mostro sacro del cinema duro e bullo come Kurt Russel, personaggio principe e mattatore della storia.
Parlare di trama temo sia abbastanza stupido: uno psicopatico stuntman ammazza pulzelle che se la tirano con una macchina a prova di morte, super blindatissima e più tagliente di un'accetta argentiana (non nomino Argento a caso perché la citazione più bella e filmicamente divina è proprio di un film di Dario...a voi cinefili postare in commenti quale...su dimostratemi che ci sapete fare...è facile cmq!). Alla fine incontra donne stuntman...
Tutto qui...forse che sì, forse che no...
Nel senso che Grindhouse rappresenta per certi versi un riscatto dopo Kill Bill. Quest'ultimo, forse anche giustamente, è stato un film sopravvalutato per via della sua superba messa in scena e della dose di azione spettacolare che ci ha sparato in faccia senza remore, ma altresì rappresentò la prova dell'inaridimento della vena linguistica di Tarantino con dialoghi inutili e non ironici, o comunque scontati che facevano quasi rimpiangere Jackie Brown!In Grindhouse questa vena è per lo meno ricercata, ed infatti si ride a sprazzi proprio grazie ai serratissimi dialoghi ma, purtroppo, i tempi di Le Iene e Pulp Fiction paiono ancora lontanissimi.
Un film da vedere, non incensare e non mettere al rogo, vista anche l'incredibile scena dell'inseguimento finale, culminata ahinoi in un finale trash stupido che rappresenta  il secondo punto di debolezza del film: Stuntman Mike poteva divenire uno di quei personaggi alla Vincent Vega, o meglio alla Mr.Brown o Pink, mitico, scolpito, divertente nonché spietato, ma Tarantino fallisce il rigore ridicolizzandolo proprio nel momento di dare al film l'impronta decisiva per sancire il ritorno del grande cinema linguistico di Quentin. Peccato!
postato da: Magister_Ludi alle ore 23:20 | Permalink | commenti (5)
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mercoledì, 16 maggio 2007



Ancora Miike: ancora estremità, scoperte morbose, eccentricità e poesia.
Il budget risicato di questo gioiello ne fa una perla di creatività, con la macchina da presa che
simula l'occhio dello spettatore ( in un simulazione di reality game più riuscito di quelli propinati dalla tv), alla ricerca di punti di vista che riescono a proiettarci dentro la
disgraziata famiglia di questo capolavoro. Una madre, un padre e un figlio (e una figlia prostituta sfuggita
al manage ma protagonista di incesto e frustrazioni) chiusi in una scatola dell'autodistruzione. Traditi e traditori, insoddisfatti e eroinomani, violenti gli uni sugli altri. In questa disgregazione, all'improvviso, entra in casa uno sconosciuto, Visitor Q appunto, che non fa altro che alloggiare, mangiare e, silenzioso, assecondare quello che accade, senza stupirsi, senza opporsi. Eppure la presenza di un elemento a sorpresa cambia le carte in tavola..
.
Visivamente estremo, tanto che se ne consiglia non solo la visione ad un pubblico adulto, ma anche ai poco impressionabili, Miike dimostra ancora una volta che dietro la violenza, l'umorismo nero (come la necrofilia possa diventare spazio di risate e scoperte poetiche solo lui ce lo poteva suggerire brillantemente), la morbosità di anime perdute, c'è, in quello stesso Giappone malato e vizioso, la voglia di riunire un nucleo familiare disgregato, la voglia di poesia che salva la vita.


Sì, è proprio così...dopo tutto quello che succede in questo film, dopo che tramite la liberazioni di pulsioni bestiali (violenza carnale, omicidio, necrofilia, incesto, botte da orbi, droga, allattamento ad un seno che, per magia e grazia divina, sprizza latte all'infinito) i componenenti trovano una loro dimensione espressivo-affettiva e la poesia immensa, sorprendente, dolcissima, ci travolge impotenti.
E' incredibile il senso di sollievo e pace che può assalirti dopo un film del genere. Solo un genio (malatissimo) come Miike Takashi poteva riuscirci...


Durata: 84'
Data di uscita: 2001



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martedì, 27 marzo 2007
L'istinto creativo di Von Trier giunge all'apice e ci regala uno dei film più importanti che si possa decidere di vedere. Dogville presenta i crismi del capolavoro sin dalle scelte di base: grandi attori a cui è imposto un recinto creativo-creazione su cui, come in teatro, dare il meglio di loro stessi.

La stilizzazione brechtiana della scenografia apre al profondo testo che Von Trier lascia al narratore e al rapido susseguirsi degli avvenimenti. In un crescendo di tensione e passione, lo spettatore mai si annoierà grazie alle capacità del registra e alla catarsi-Kidman, dinnanzi ad un'opera che aveva come primo rischio proprio questo.


I piani di lettura del film sono molteplici e giustamente lasciati allo spettatore: ma non si può prescindere dal metafisico. "Due Dei/due uomini/padre-figlia discutono sulle nefandezze del genere umano prendendo,poi, la decisione finale che tutti sapremo dopo averlo visto". Così Grace svela il suo volto. Così si spiegano le sue mancate reazioni, la sua disperazione divina al nuovo peccato che l'infanga: quello dell'intolleranza e della falsità. Nient'altro che una disputa (sul modello greco), vitale, su cui sacrificarsi o sacrificare. Nella "città" degli uomini-CANE solo un cane si salva: chi è senza malvagità scagli la prima pietra...



La locandina originale di presentazione troneggia nella mia stanza, ma il 110 e lode è comuqnue obbligato e frutto di una visione oggettiva. Una menzione d'onore alla Kidman: la vera unica Dea di bellezza-bravura del cinema contemporaneo. Tra i migliori film della storia!

Sito Ufficiale: http://www.medusa.it/dogville/
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giovedì, 11 gennaio 2007

Ichi è un giovane con profondi traumi della sfera sessuale, ma è anche un immemore addestrato da spietati Yakuza per compiere indicibili (e misteriose) vendette. Ichi è un supereroe, una macchina della morte, un killer incosciente che tutto distrugge e devasta. Kakihara(nella foto di locandina, vd.sopra) è un giovane Yakuza in carriera, disposto a tutto per vendicare il suo capo e farsi largo nella Triade, i suoi metodi sono brutali, i suoi scagnozzi sono pronti a tutto.
L'incontro fatale avverrà mai?
Raccontato così sembra un film che fa dell'Ultraviolenza il solo scopo d'esistere. Di ultraviolenza spettacolare e fantasiosa ce n'è a bizzeffe, tanto da rendere il film godibile e divertente. I più impressionabili stiano alla larga, ma non è l'ultraviolenza a muovere le basi del film, bensì l'amore. La ricerca di una soddisfazione sessuale irrelizzabile, la disperata e pulsante voglia di amore.
Miike sublima l'amore in violenza e tortura e dissemina di riferimenti freudiani una delle sue opere più rigorose e intransigenti. E kakihara il personaggio da seguire con più attenzione, tra la miriade di strambi caratteri che fanno del film un affresco del genio. Si taglia la lingua e la dona? Cosa significa? Trova una donna violenta e la ama finche può...cosa significa?
Insomma qui la pulsione erotico-amorosa si trasforma in un bagno di sangue e di dinamicità che ci immerge in una tortuosa ricerca dei propri limiti, dei propri desideri, senza dimenticare che Miike ama spiazzarci e buttar lì scene o svolte del tutto imprevedibili e che lo spettatore non può risolvere.
Bellissimo, violento, passionale, dinamico, virtuosamente cinematografico...Una pietra miliare. 100/100!
Chi avesse problemi con la simbologia e il finale mi contatti pure...BUON VIAGGIO!!!!!!!!!!!!!!!!
postato da: Magister_Ludi alle ore 15:34 | Permalink | commenti (9)
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